New Deal o Piano Marshall? Diverse proposte per uscire dalla crisi

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Per Bernadette Sègol, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, serve un New Deal europeo e per Philippe Aghion è necessario rilanciare il continente europeo con un Piano Marshall: due ricette che condividono lo stesso desiderio di crescita economica e sociale.

In effetti, in una recente intervista pubblicata sul quotidiano “Il Sole 24 ore” l’economista  e professore presso l’Harvard University, Philippe Aghion, ripropone un grande piano di investimenti in grado di offrire opportunità ai Paesi europei.

Per Philippe Aghion il debito è una seria minaccia alla stabilità anche se poi occorre anche fare i conti con una crescita che fa fatica a concretizzarsi. Per approntare un piano di questo tipo occorre la collaborazione dei grandi Paesi europei, in primis la Germania: una possibilità però ritenuta abbastanza remota.

Si sta assistendo ad una crescita a due vie: da una parte c’è un centro ricco di possibilità e di mezzi e dall’altro una periferia che fa fatica a identificarsi in una Europa non più competitiva e ricca di possibilità ma che, al contrario, non crede minimamente ad una possibile crescita o non ha nessuna fiducia nelle proprie possibilità.

Philippe Aghion assume una linea equidistante dalle diverse posizioni economiche; in effetti, non abbraccia la linea keynesiana che si pone l’obiettivo di sostenere la crescita anche con un massiccio intervento pubblico incrementando la spesa, ma nemmeno condivide le posizioni di chi auspica un risanamento ad ogni costo del debito pubblico.

Per Philippe Aghion esiste un’altra possibilità, ovvero intraprendere un percorso che lo stesso Aghion ha definito schumpeteriano: l’investimento deve essere oculato e assegnato non più a pioggia come nel passato o su iniziative di breve periodo, ma su programmi a lungo termine quali la scuola, l’istruzione, la ricerca e l’innovazione.

Per Aghion esistono poi degli elementi comuni tra le economie di Grecia e Italia: Paesi dove la politica fiscale accentua gli effetti del ciclo anziché di limitarli perché, sempre secondo l’economista, le politiche economiche devono essere anticicliche.

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