Come cambiano le pensioni dopo la Manovra Monti

di Redazione Commenta

L’Italia non è certo famosa per offrire ai propri pensionati pensioni milionarie, anzi, sono proprio i pensionati a dover soffrire maggiormente per colpa dell’aumento dei prezzi e della crisi mondiale. Quando un qualsiasi governo tenta di risollevare il bilancio statale, la parola pensioni è quella che maggiormente viene menzionata.

La Manovra finanziaria del Governo Monti comprenderà quasi sicuramente un ritocco più o meno pesante alle pensioni degli italiani, ma andiamo a vedere un possibile scenario.

Nel lontano 1992,  Amato, che di pensione prende la bellezza di 31.411 euro al mese, ha abolito quello che veniva definito l’aggancio delle pensioni agli aumenti contrattuali dando così una vera scossa al sistema pensionistico italiano. Circa la metà dei pensionati italiani riceve come pensione meno di mille euro al mese e oltre il 15% percepisce meno di 500 euro al mese, cifre decisamente molto basse se si mettono in contatto con il potere di acquisto attuale. I pensionati più ricchi, ovvero quelli che percepiscono più di 2000 euro al mese, sono circa il 15% del totale.

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In base ai dati ottenuti nelle ultime ore, un pensionato che percepisce circa 1600 euro al mese, potrebbe perdere poco meno di 500 euro all’anno e questo sulla base della decisione di bloccare l’adeguamento delle pensioni all’aumento dei prezzi al consumo.  Con l’entrata in vigore di questa riforma pensionistica permetterà allo Stato di sborsare 4,4 miliardi in meno sulla base di un risparmio che andrà a colpire 17 milioni circa di pensionati.

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Con molta probabilità i tecnici chiamati a governare il nostro Paese limiteranno tale blocco ai pensionati che percepiscono una pensione sopra la soglia minima, ovvero l’85% del totale. Questo taglio è visto dai sindacati in maniera molto negativa, ma il governo insiste con l’affermare che tutto quello che è al vaglio è indispensabile per uscire da questa crisi.

Oltre al blocco degli adeguamenti, come sappiamo, il governo Monti sta riflettendo sulla modifica dell’età pensionabile, ma Susanna Camusso, segretario generale della CGIL afferma che la soglia dei 40 anni è invalicabile. Questa sua opinione risulta essere criticata da Emma Marcegaglia che sostiene che non è il momento di porre veti ad uno Stato in forte crisi.

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