Donne in maternità, dimissioni e discriminazioni

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Presentato un report curato da Serenella Molendini, consigliera regionale di Parità in Puglia, in cui si evidenziano alcune preoccupazioni in fatto di discriminazioni in ambito lavorativo, ma anche, secondo i risultati del monitoraggio svolto dalla Direzione Regionale del Lavoro, la necessità di predisporre nuovi strumenti al fine di conciliare la conciliazione vita lavoro.

In effetti, secondo i risultati dell’indagine, la nascita di un figlio determina grossi cambiamenti in senso lavorativo nella vita di una famiglia e in particolare alla madre. La presente congiuntura economica poi non facilita di certo questo approccio ma, anzi, per la maggior parte delle donne lavoratrici un figlio è una delle cause principali di abbandono dal mondo del lavoro.

I dati non sono per nulla confortanti; in effetti, nella regione Puglia si sono verificati 848 dimissioni imputabili alla maternità: un incremento del 27% rispetto all’anno precedente. Una situazione che tende anche ad aggravarsi perché con la crisi economica diventa sempre più difficile trovare delle opportunità di reddito: l’uscita dal mondo del lavoro, in molti casi, ne pregiudica l’ingresso.

In realtà, dalla indagine svolta, emerge anche un altro dato non meno preoccupante: nella maggioranza dei casi il problema si evidenzia per una incompatibilità tra occupazione lavorativa e assistenza al neonato per via di una mancanza di accoglimento al nido, 30.7%, o assenza di parenti di supporto, 25,9%, o ad una elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato, 4,1%.

Il dato che emerge dall’monitoraggio è che la maggior parte delle dimissionarie hanno un età tra 26 e i 35 anni, 69,3%, mentre il 13,2% sono giovano con meno di 26 anni.

Non solo, il 57% delle dimissionarie hanno un figlio mentre il 30% ne dispongono due, ma si registrano anche un 10% di dimissionarie prima del parto.

Le informazioni riportate dall’indagine sembrano confermare che il problema principale è la mancanza di seri strumenti di conciliazione, vedi part-time, perché il 73% dei casi registrati si sono verificate in piccole aziende con un numero di dipendenti inferiori a 15: realtà produttive poco disponibili, nella maggior parte dei casi, ad utilizzare strumenti di questo tipo.

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