Lavoro precario: tutta colpa del basso titolo di studio

di Redazione Commenta

In Italia spesso si identifica la figura del lavoratore precario con quella di un giovane neo laureato o di una giovane neo laureata, ma dati alla mano non è proprio così. A metterlo in evidenza è la CGIA di Mestre, la quale fa presente come nel nostro Paese quasi un precario su due, per l’esattezza il 45,5%, abbia come titolo di studio solo quello relativo alla licenza media. Sono ben 3,75 milioni, complessivamente, i lavoratori che nel nostro Paese sono precari, ovverosia non hanno un contratto di lavoro stabile, e nella maggioranza dei casi questa mancanza di stabilità lavorativa risulta essere strettamente correlata al basso titolo di studio. E se il 45,5% dei precari ha solo la licenza media, una piccola minoranza, pari al 15,5% individua i giovani neo laureati, mentre solo l’1,1%, poco più di 43 mila in tutta Italia, sono i precari che possiedono un diploma post laurea.

A conti fatti, quindi, l’essere precari non è correlato alla giovane età ed alle attuali difficoltà ad entrare per la prima volta nel mondo del lavoro, ma è spesso funzione di un curriculum studiorum insufficiente per poter aspirare ad un’occupazione con un contratto di lavoro stabile. A livello geografico comunque la CGIA di Mestre ha rilevato delle forti differenze per quel che riguarda la presenza di lavoratori precari sul territorio italiano; in particolare, i cosiddetti lavoratori flessibili sono maggiormente concentrati al Sud con una percentuale pari a ben il 35,18% sul totale nazionale; nel Nordovest si scende al 24,92% e poi a seguire il 21,68% sul totale al Centro ed il 18,19%, quasi la metà rispetto al Sud, nell’Italia del Nordest.

Secondo quanto dichiarato da Giuseppe Bortolussi, il Segretario dell’Associazione degli artigiani mestrini, in un contesto attuale caratterizzato dalla crisi economica sono proprio i lavoratori con un titolo di studio basso ad essere più a rischio, ragion per cui serve in particolar modo per questa classe di lavoratori che la formazione venga messa al centro delle politiche per l’occupazione al fine di permettere a queste persone di potersi riscattare a livello professionale.

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