Il Ministero del lavoro presenta il PIAAC

 Il Ministero del lavoro ha dato l’avvio all’indagine conoscitiva denominata PIAAC, ossia il programma dell’OCSE per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti e per conoscerne lo stato attuativo.

Nel corso di una conferenza stampa il Ministero del lavoro e l’Isfol, l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, hanno annunciato della nuova ricerca targata OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che si pone l’obiettivo di conoscere e analizzare le competenze possedute dalla popolazione adulta di 25 Paesi in tutto il mondo, in modo particolare le competenze che si possono espletare in ogni rapporto di lavoro.

In effetti, la ricerca mira a misurare, in un certo senso, la capacità di utilizzare le nuove tecnologie, la conoscenza del web ma anche le più semplici abilità di calcolo, lettura e comprensione di notizie e testi rappresentano il patrimonio di base che ogni individuo utilizza per vivere, interagire e lavorare.

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Lavoro femminile: le donne guadagnano fino al 23% in meno

 Nel nostro Paese, a parità di ruoli, competenze e caratteristiche, le donne continuano ad essere svantaggiate rispetto agli uomini in termini di paga. Sussiste infatti quello che l’Isfol definisce come il gap retributivo di genere che, in media, vede la donna percepire un salario medio orario inferiore del 7,1% rispetto ai colleghi uomini; ma ci sono anche alcune specifiche categorie dove la donna arriva a prendere, malgrado lo stesso ruolo, il 22,9% in meno rispetto al collega maschio. Per la donna, quindi, in Italia non basta avere la stessa preparazione, e svolgere lo stesso ruolo, per percepire una paga in linea con il proprio “compagno di stanza”. Al riguardo l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (Isfol) ha condotto un’indagine, dal titolo “Rompere il cristallo“, con la quale è stato misurato il gap retributivo di genere che tra l’altro cresce sensibilmente sopra la media tra le donne che lavorano a fronte di un basso livello di scolarizzazione.

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Dallo stage al contratto a tempo indeterminato: 2% di probabilità

 Quante sono le probabilità che dallo stage portano all’assunzione in azienda con un contratto a tempo indeterminato? Ebbene, in base ad un sondaggio condotto da Isfol Orientaonline e da Repubblica degli Stagisti, i dati sono tutt’altro che entusiasmanti. Solo in poco più di un caso su cinque, infatti, lo stage si conclude con un contratto di lavoro; per la precisione, la percentuale ricavata dal sondaggio è pari a solo il 21,10%, il che significa che iniziano a lavorare dopo lo stage solo 21 persone circa su cento. Ma come? Ebbene, di questi 21 “fortunati” circa 7 riescono a “strappare” una collaborazione occasionale; circa 6 riescono a “conquistare” un contratto a progetto, altri sei un contratto a tempo determinato e solo due un contratto a tempo indeterminato. Di conseguenza, la probabilità di passare dallo stage al contratto a tempo indeterminato è per un candidato pari al 2%, ma dall’indagine Isfol Orientaonline – Repubblica degli Stagisti emergono anche altri dati interessanti.

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Lavoro e famiglia: alle donne piace il part time

 A quali condizioni in Italia le donne sono disposte a lavorare? Ebbene, la risposta al riguardo ce la può fornire l’Isfol in base ad un’indagine da cui è emerso come una donna bisognosa di conciliare il lavoro con la famiglia punti in prevalenza su un’occupazione part time, ovverosia con orario ridotto e comunque flessibile. Le pretese economiche, a fronte di venticinque ore settimanali di lavoro, spaziano dai 500 ai 1.000 euro mensili e comunque tali da superare le spese che ci si trova ad affrontare per affidare a terzi la cura della famiglia. L’indagine dell’Isfol, dal titolo “Perché non lavori?“, mette in evidenza come la donna in Italia sia letteralmente in bilico tra famiglia e lavoro, e come la presenza o meno di servizi pubblici incida sull’attività o sull’inattività delle donne sul territorio.

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Offerte di lavoro: meno carta stampata e più Internet

 Nel primo trimestre dello scorso anno, rispetto al primo quarto del 2008, c’è stato un vero e proprio crollo delle cosiddette inserzioni  “a modulo”, ovverosia la pubblicazione degli annunci di lavoro sui quotidiani nazionali. A rilevarlo è stato l’Isfol, sottolineando nello specifico come si sia passati dalle 70.319 inserzioni del primo trimestre del 2008 alle 31.841 del primo trimestre del 2009 con una caduta pari a ben il 54,7%. Secondo l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori il dato è rappresentativo della crisi che ha attraversato il nostro Paese visto che sono stati letteralmente “distrutti” ben 38.478 posti di lavoro da ricercare attraverso annunci sulla carta stampata. Di conseguenza, chi nei mesi scorsi era disoccupato, e magari lo è ancora, ha avuto meno chance, acquistando un quotidiano nazionale, di trovare un annuncio in linea con la propria formazione ed il proprio curriculum, con la conseguenza che molto spesso il lavoratore a spasso è stato “costretto” ad utilizzare con più frequenza Internet ed i Portali specializzati per un reinserimento nel mondo del lavoro quanto più rapido possibile.

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Trovare lavoro e mantenerlo con la formazione continua

 Quando si trova un posto di lavoro, magari dopo tanto cercare, è altrettanto importante poterlo mantenere non solo facendo il proprio dovere, ma anche mostrando volontà, interesse ed attitudine sia all’aggiornamento professionale in funzione delle mutate esigenze di business dell’impresa, sia all’acquisizione di ulteriori competenze che possono tornare estremamente utili non solo nell’azienda in cui si lavora, ma anche in quelle in cui magari si andrà a lavorare negli anni successivi. Ebbene, sia le imprese, sia i lavoratori in Italia avvertono tale esigenza, al punto che, in accordo con un recente studio a cura dell’Isfol, Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, nell’anno 2008 il 43% dei lavoratori in Italia ha partecipato ad attività formative con un rialzo superiore a dieci punti percentuali rispetto all’anno 2004. Un ruolo chiave in tal senso lo svolgono i Fondi Paritetici Interprofessionali per la formazione continua visto che, in base alle rilevazioni dell’Isfol, il 42% delle imprese vi aderisce coinvolgendo complessivamente il 59% dei lavoratori.

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Master e formazione ambientale: lavoro sicuro e di alto profilo

 In tutto il mondo, compresa l’Italia, si sta sviluppando a ritmi esponenziali il cosiddetto “mercato verde“, ovverosia quello che assorbe a livello occupazionale figure professionali specializzate nel settore dell’ambiente, della tutela del territorio e del risparmio energetico. Trattasi dei cosiddetti “green jobs” che, a detta di molti, rappresentano le professioni del futuro ed un volano per una crescita sostenibile dell’economia mondiale. Non a caso, in Italia l’Isfol, Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, ha condotto un’indagine sulle “professioni ecologiche”, rilevando come i master e la formazione in questo settore, ovverosia quello ambientale, permettano, in otto casi su dieci, di trovare lavoro dopo appena un anno. Rispetto ad altre tipologie di master, chi lo ha concluso, ed ha trovato lavoro sul “mercato verde“, si è “sistemato”, nell’80% dei casi, nell’arco di sei mesi e con un’occupazione di alto profilo.

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Studenti e lavoratori: piace il trasferimento all’estero

 I giovani studenti ed i giovani lavoratori italiani sono attratti dal trasferimento all’estero, anche in maniera permanente per motivi non solo di studio, ma anche per effettuare uno stage o per fare delle esperienze professionali in grado di arricchire il proprio curriculum. Ma quali sono le motivazioni per cui avviene tutto ciò? Ebbene, al riguardo l’Isfol ha presentato un’ultimissima indagine nazionale su un campione di ben 25 mila persone aventi un’età compresa tra i 15 ed i 45 anni; la metodologia utilizzata, tra l’altro, non è stata quella “CATI“, ma quella “Computer Assisted Web Interview” (CAWI), permettendo così al soggetto intervistato di poter compilare il questionario in maniera autonoma e senza l’intervento, l’ausilio e l'”interferenza” dell’intervistatore.

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Isfol: cos’è e cosa fa

 L’Isfol è l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, istituito nel giugno del 1973 con un Decreto da parte del Presidente della Repubblica; dal 1999 è un ente pubblico di ricerca che si occupa dello sviluppo delle politiche sociali, del lavoro e della formazione professionale grazie al fatto che opera in stretta collaborazione con l’Unione Europea e tanti organismi internazionali e, in Italia, con le Regioni, le parti sociali, la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ed il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali. Tra le attività più importanti promosse e portate avanti attualmente dall’Isfol c’è quella dei “PON”, i Programmi operativi nazionali del Ministero del lavoro; su buona parte di questi, infatti, l’attuazione è a cura dell’Isfol attraverso i fondi strutturali per il periodo dal 2007 al 2013.

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Donne: discriminate sul posto di lavoro?

Secondo voi esistono dei lavori che potremmo definire “tipicamente femminili“? Forse sì. Sono stati compiuti numerosi studi e ricerche. Noi vi vogliamo parlare in particolare di una ricerca compiuta da Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione dei Lavoratori).

Lo studio comincia prendendo in esame due diverse ipotesi. La prima, che si riferisce alla cosiddetta crowding hypothesis (ed è stata coniata da Bergmann nel 1974) afferma che sarebbero gli stessi datori di lavoro ad escludere le donne da particolari professioni , quelle maschili. Questo porta ad un affollamento delle donne lavoratrici in altre occupazioni, chiamate occupazioni femminili. L’offerta di forza lavoro femminile verso queste occupazioni aumenta con la spiacevole conseguenza della diminuzione dei salari.

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