Posto fisso o flessibilità? Tremonti abbandona modello americano

di Redazione 2

Negli ultimi anni il lavoro in Italia è diventato sempre più flessibile. Prima di passare al contratto a tempo indeterminato, quando si raggiunge, oramai occorre fare una lunga trafila: dopo aver passato cinque o più anni sopra i libri a studiare, e dopo aver conseguito la sospirata laurea, di norma si parte con uno stage, e poi se si è subito “fortunati” si riesce ad essere inseriti con un contratto a tempo determinato. Questo negli anni ha creato un vero e proprio esercito di precari, giovani e meno giovani, e di questi ogni anno solamente una piccola quota parte riesce a “strappare” un contratto di lavoro stabile. E se i lavoratori sognano e tifano per il posto fisso, anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, sembra pensarla allo stesso modo; intervenuto ad un convegno della Bpm, infatti, il Ministro ha dichiarato che tra flessibilità e posto fisso è meglio un lavoro stabile per la nostra economia, per la stabilità sociale, e per potersi costruire un futuro.

Le dichiarazioni di Tremonti hanno da un lato spiazzato e dall’altro colpito positivamente i Sindacati, i quali, specie in questa fase congiunturale, hanno più volte chiesto al Governo di mettere in atto politiche per il lavoro a partire dal sostegno concreto a favore di chi il lavoro lo perde. E se Giulio Tremonti, almeno per questo aspetto, sembra stare dalla parte dei Sindacati, i suoi colleghi della squadra di Governo non la pensano allo stesso modo.

 Il Ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha infatti dichiarato che non si può tornare al passato perché si ha paura, e che quindi occorre guardare avanti; secondo il Ministro, non a caso, quella del posto fisso è una “ricetta del Novecento”. Anche il Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, non vede spiragli nel poter pensare al posto fisso come ad un diritto; pur tuttavia il Ministro, intervenuto nel corso della trasmissione televisiva di Canale5 “Mattino5”, ha sottolineato come invece sia un diritto per il lavoratore acquisire nel tempo sempre più conoscenze attraverso la formazione. Sì, quindi, al diritto alla formazione, no al posto fisso anche perché, come dichiarato da Renato Brunetta, il sistema non sarebbe in grado di reggerne i costi.

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